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Adam Elliot: il cinema d’animazione in stop motion più oscuro

Parlare di stop motion è quanto di più complesso si possa fare, non solo perché rappresenta la faccia oscura dell’animazione, ma anche per la storia che risiede dietro questa atipica tecnica di fare cinema. Per quanto il passo uno sia molto affascinante da vedere sullo schermo, non è facile trovare oggi dei registi specializzati solo ed esclusivamente in narrazione in stop motion. Eppure in tempi non troppo lontani ce ne stavano molti che facevano di questa forma filmica una vera e propria vocazione e ancora oggi alcuni sono rimasti fedeli alla propria poetica originaria.

Jan Švankmajer è la fonte di ispirazione ed il principale punto di riferimento per tutti quei giovani autori che aspirano a tramandare lo stop motion come un cinema ancora vivo e capace di rendere magica la storia che si racconta. Il regista ceco, poc’anzi citato, nel corso della sua prolifica carriera ha mostrato, in più di 60 anni di attività, i suoi vizi e le criptiche ossessioni che lo affliggono, donandogli una solida forma con lo stop motion. Non avrebbe potuto esprimere il suo cinema in maniera altrettanto lucida, così come tanti altri registi della scuola sovietica (terra natia del passo uno).

Con il passare degli anni lo stop motion divenne sempre più una particolarità, un qualcosa di così raro da sembrare estraneo allo stesso mondo del cinema. Tutt’ora si potrebbero contare sulle dita di una mano i nomi fedeli esclusivamente a questa forma di animazione e questo è per lo più dovuto a ragioni produttive e di convenienza. Tra questi Adam Elliot è quello che più di tutti continua ad avere una concezione di stop motion vecchia maniera, dove angoscia e deprimente grigiore sono i principali ingredienti di un prodotto che lascia sempre un senso di malinconia incessante. Il suo quarto cortometraggio Harvie Krumpet (qui il link dove se ne parla) riuscì a vincere l’Oscar nel 2003 ed il grande successo ottenuto gli permise di portare sullo schermo Mary and Max, lungometraggio acclamato da critica e pubblico.

Prima ancora di questi due grandi titoli, però, Adam Elliot aveva già messo in evidenza il suo stile e la sua poetica nella trilogia della famiglia, così potrebbe essere battezzata, composta da Uncle, Cousin e Brother.

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Lo stop motion specchio della personalità

Il regista australiano è da sempre un fiero paladino della claymation, una forma di stop motion che prevede l’uso della tipica plastilina o altri oggetti malleabili per la costruzione di personaggi e sfondi che andranno a riempire la storia. La tecnica a passo uno rende la produzione di un film senza dubbio molto più laboriosa, basta pensare al fatto che un film standard è costituito da 24 fotogrammi, mentre una pellicola in claymation di 90 minuti ne richiede circa 129 600. Una lavorazione difficile, impegnativa e costante che solo la passione, quella legata all’artigianale costruzione dei personaggi, può rendere magica.

Elliot è stato il pioniere del termine clayography, con il quale è solito descrivere le sue opere in bilico tra biografica e argilla. Il suo è un cinema pervaso in ogni angolo di estrema personalità, dove le esperienze familiari vissute in passato trovano un habitat naturale nella spigolosità dei personaggi che crea. La bruttezza esteriore con la quale fa apparire i protagonisti nella narrazione non è altro che lo specchio della loro anima nera ricolma di tristezza e profonda drammaticità. Storie per lo più narrate da una voce esterna che sembra conoscere bene il mondo che traspare sullo schermo, come se fosse Adam Elliot stesso che ci racconta la sua vita.

Lo stop motion è la tecnica perfetta che permette di poter cogliere la forte malinconia che si insidia taciturna sotto le righe dei suoi film, difficili da vedere con una animazione classica o un live action. L’assenza totale della CGI rafforza l’elemento del reale, tutto quello che si vede sullo schermo è vero ed è liberamente ispirato alla sua vita, la sua famiglia e i suoi amici. Non c’è finzione né inganno nel cinema di Elliot se non quello di riuscire a dare l’impressione del movimento ai suoi personaggi attraverso l’illusione dello stop motion, che sfruttano il cinema per non rimanere immobili e vivere.

Uncle

Nel 1996 esce il primo cortometraggio di Adam Elliot con il titolo di Uncle, primo della trilogia della famiglia che concluderà nel 1999. Con un budget di soli 4000 dollari egli riuscì a completare il suo personalissimo esordio, prendendo parziale ispirazione dalla sua relazione con gli otto zii della famiglia. I 6 minuti, narrati dalla voce di un nipote, mostrano la vita di uno zio che conduce la sua esistenza in un silenzio tombale, tra angoscia e mute grida di aiuto interiori. Conosciamo una persona consapevole delle vicissitudini negative che gli capitano attorno, ma anche ottimista nel vedere il bicchiere sempre mezzo pieno.

Sai, la vita può essere compresa solo all’indietro, ma dobbiamo viverla in avanti. La cosa più importante è pensare ai semplici piaceri della vita come una tazza di tè al mattino, un albero che cresce e un cane amichevole!

Il protagonista è quindi un uomo dalla grande forza di volontà interiore, anche se a vita non sembra apprezzare questa sua qualità. Egli mantiene salda la sua personalità, senza permettere al destino crudele che lo attenderà di cambiarlo in negativo. L’atmosfera che si respira guardando le immagini che scorrono è di totale angoscia, lo spettatore si lascia guidare dalla voce del narratore che assume per tutti e 6 i minuti un tono depresso. I colori grigi e freddi, caratteristica tipica del cinema di Elliot, non permette spazio all’allegria e alla possibile presenza di un lieto fine. Tutto è perfettamente in linea con la vita dello zio, piena di rimpianti e beffarde fatalità.

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Cousin

Il secondo corto risale al 1998 ed è stato prodotto da Australian Film Commission, SBS Indipendent e Film Victoria con un budget molto più elevato rispetto ad Uncle, ben 42 mila dollari statunitensi. La durata ancor più ridotta, poco meno di 4 minuti, racconta la vita di un cugino affetto da paralisi cerebrale infantile e delle numerose difficoltà che comporta. La voce narrante ritorna ancora a vestire la malinconia che sembra quasi soffocare scena dopo scena, prossima ad esplodere in tutta la sua forza.

Elliot si ispira pienamente alla sua esperienza avuta nell’infanzia con suo cugino, girando fotogramma per fotogramma il ritratto di una famiglia che aspetta solo che la sofferenza duri il meno possibile. Non c’è via di fuga nel cerchio del dramma, che prima o poi tutti sanno che verrà chiuso e sigillato con l’evento finale più tragico, quello che porrà fine al dolore una volta per tutte.

C’è molta genuinità in come viene raccontata la storia del cugino, un bambino problematico ma non privo di passioni, le stesse che lo calmano nei momenti più bui. Cousin è una mattonata di sensibilità per ogni tipo di spettatore, anche quelli che meno riescono a commuoversi.

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Brother

La trilogia si chiude infine con Brother, ultimo cortometraggio sempre liberamente ispirato alla sua famiglia. Stessa voce narrante che si ripete incessante nella sua pacata disperazione, qui Adam Elliot scrive e dirige la storia di due fratelli molto legati. Inseparabili tra di loro, egli facevano tutto insieme, ma in Brother si pone maggiormente l’attenzione su uno dei due, quello maggiore affetto dall’asma e che riassume l’oscurità genetica di una famiglia di completi reietti. Perché quelli che Elliot disegna sono dei personaggi abbandonati da qualsiasi tipo di felicità esistente, il loro mondo è circonciso nella gabbia dove sono costretti a vivere. Sembra come se loro stessi non conoscessero altre forme oltre che lo sconforto, forma che li accompagna sin dalla nascita. Il pallido colore della loro pelle e dei luoghi che li circondano sono una metafora dell’inettitudine di loro stessi, incapaci di gioire e sorridere per le cose più semplici. Anche nei momenti di divertimento, come giocare con l’altalena, i due fratelli sono completamente spenti.

Questo film è il più completo dei tre, soprattutto in fase di sceneggiatura, dove a riempire lo schermo non è solo il protagonista di riferimento bensì anche i restanti componenti della famiglia. Vengono ben delineate le personalità, diverse tra di loro ma legate tutte dal filo conduttore dell’amarezza. Il fratello, quindi, cercherà di emulare il talento circense del padre, la cui carriera si è interrotta per un incidente che lo ha costretto all’immobilità totale, seguendo dunque i passi maledetti di una famiglia ridotta all’oblio. Il fratello, del quale sentiamo la voce, è lo spettatore passivo costretto suo malgrado a dover assistere alla fine.

Adam Elliot con la trilogia della famiglia riesce a raccontare visivamente storie nere, servendosi di uno stop motion che assume la natura originaria di appartenenza. Uncle, Cousin e Brother finiscono con l’essere una metafora dell’animazione più malinconica, adatta prettamente ad un pubblico adulto pronto ad accogliere questi reietti appuntiti e lavorati da una argilla che li rende più “belli”. A cosa serve lo stop motion? Adam Elliot è il regista che più d tutti riesce a rispondere a questa domanda, immergendo tutto sé stesso nel passo uno.

 

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